Associazione Culturale Orizzonti Paranormali
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La storia- Villa Da Porto

Montorso Vicentino (VI) Ai piedi del colle boscoso della Fratta, ove svetta ancora l'antico campanile della distrutta chiesa, stà maestosa con lunghissima appendice del rustico di destra la villa che fu già dei conti Da Porto: tra le più grandiose che essi costruirono nel corso di tre secoli - dal Cinque al Settecento - in ogni luogo della provincia. E se pur incompiuta, essa era da loro curata con particolare amore, dato che scelsero fior fiore dalle loro collezioni di quadri, nobili, oggetti di antichità per farne un sontuoso arredamento. Di tanto splendore ora non rimane nulla. Una lunga iscrizione murata sopra la porta centrale della loggia dice che la villa ebbe inizio nel 1662 e completamento nel 1724. Siamo però documentati in modo assolutamente tranquillante che in una tavola con il progetto della villa erano segnati il millesimo 1712 e la firma dell'autore: Cherrette architecte ad geographe de Roy. La villa - a due piani, ma di eccezionale altezza - si compone di un settore centrale, aperto in tre intercolumni tra due pareti chiuse; quattro fusti ionici di modulo gigante reggono il frontone triangolare. La lunga ala a destra - cui nel progetto doveva corrispondere una di pari sviluppo e di pari forma a sinistra - è arretrata così da rendere più sensibile l'aggetto centrale. All'altissima loggia imprime ulteriore slancio l'ampia scalea tra larghi poggi, adorni da due mirabili gruppi scultorei. Un cornicione dentato a robuste mensole conclude le pareti del cor o mediano, ma non prosegue nell'ala rimasta evidentemente incompiuta. Due sole finestre nelle pareti adiacenti alla loggia sono destinate ad illuminare le due larghe scale a chiocciola che dall'una e dall'altra parte della loggia portavano ai piani superiori (Sul cielo della scala a chiocciola, che ora sopravvive, c'è un affresco nei modi di L. Dorigny): e la loro luce si univa a quella delle finestrelle nel breve voltatesta, ad angoli convessi. Un ballatoio a livello del piano nobile correva lungo la loggia a collegare le due parti della villa separate dall'immenso salone centrale. Le pareti chiuse dell'avancorpo centrale, come dell'ala, corrono lisce neppur solcate dalle cornici che di solito legano orizzontalmente davanzali delle finestre o segnano il passaggio dall'uno all'altro piano. Troppo ampio è l'intervallo che separa le aperture del piano rialzato da quelle del piano superiore, mentre queste sono troppo a ridosso del cornicione terminale. Legata per la continuità delle pareti e coerente per andamento compositivo è la facciata posteriore, nella quale introducono varietà di movenza le tre aperture centinate del salone: facciata mirabilmente condotta dalla mano maestra dell'architetto. Che ebbe come collaboratori abili lapicidi, responsabili delle teste, dal vivido e fresco modellato, poste a chiave delle aperture centinate, sia dei gruppi scultorei sui pilastri all'inizio della scalea, sia delle statue ai vertici del frontone. Si dice che numerosissime fossero le statue nel giardino anteriore e posteriore della villa e che altre ancora adornassero il muretto di recinzione della proprietà lungo la strada che sale alla chiesa. Tutte furono distrutte o alienate. Il complesso della villa La Villa da Porto si presenta come uno dei più estesi complessi edificati tra le ville venete, soprattutto se si considera l'ala che esisteva un tempo a ovest la cui esistenza è stata comprovata nel corso di questo studio. Si trova a ridosso del Colle della Fratta, che la protegge a nord ed è limitrofa all'antico abitato di Montorso. E costituita da un complesso edificato, di cui oggi permangono, a partire da ovest, il corpo padronale, mutilo dell'ala occidentale, e costituito nella parte centrale da un immenso salone al piano rialzato, di forma pressoché cubica di oltre 14 metri dilato, che occupa l'altezza di due piani. Sono ad esso antistanti la scalea, il pronao e due vani scale. Nell'ala destra sono collocate quattro sale per ognuno dei due piani. Il collegamento tra le due ali avveniva attraverso un ballatoio che tuttora esiste all'interno del pronao. Ad est si trova la loggia, costituita da un portico sul quale prospettano tre sale, situate al livello di un unico piano rialzato posto sopra le cantine, che occupano tutto il piano terreno. Proseguendo verso est si trova una grande barchessa, che congloba resti di una residenza più antica e di una torre colombara. Altri edifici appartenenti al complesso ma separati, esistono, trasformati e irriconoscibili, all'interno dell'area murata. Si ha notizia certa di una chiesetta di origine quattrocentesca, che esisteva ancora nel 1942, e che aveva accesso anche dalla strada pubblica delle Fontanelle. Gli edifici e gli spazi circostanti, un tempo giardini, frutteti, aie, sono circondati da un muro, che delimita anche gli spazi interni, secondo le loro funzioni. Come in molti altri casi, una strada pubblica separa gli edifici dai campi. Nell'area circondata dal muro, della superficie di oltre un ettaro e mezzo, sono stati costruiti di recente alcuni edifici, così come altri lo sono stati nella campagna antistante.

La storia Luigi Da Porto

La famiglia da Porto risulta stabilita a Vicenza fin dal secolo XI, proveniente, secondo le ipotesi più accreditate, da Portogruaro, al tempo in cui Ulderico, Patriarca di Aquileia, accusato di eresia, fu cacciato dalla laguna, ed a seguito della sua fuga numerose famiglie nobili furono costrette a spostarsi in terraferma. Il primo personaggio della famiglia di cui si abbia notizia in città è PORTO, giureconsulto, vivente nel 987, dal quale deriva la famiglia, che in occasione del passaggio di Carlo V a Vicenza fu insignita col Diploma dell'Imperatore promulgato in Bologna il 14 dicembre 1532, del titolo di "conti Palatini (...) nonché di cavalieri Aureati", con il privilegio di fregiarsi dell'aquila imperiale che infatti spesso compare nello stemma familiare. Manfredo Da Porto Barbaran, ultimo discendente maschio della famiglia, riconosce, in un suo manoscritto, diversi rami. Di questi quello a cui si deve la costruzione della villa di Montorso è quello "E", che fa capo a GABRIELE figlio di Simone, sposo di Lucia Sesso. Mantese afferma che non furono i Porto gli antichi Signori di Montorso, ma i Trissino, dominatori del paese nel trecento a nome del governo scaligero, soppiantati poi dai Nogarole. Anzi, proprio in casa dei Nogarole, nel 1465 Gabriele fu Simone trattò con Leonardo Nogarole una questione di pascolo e pensionatico nel territorio di Montorso. Il 10 agosto 1485 nasceva a Vicenza il letterato Luigi Da Porto. Essendo la sua famiglia d'origine imparentata con quella di Elisabetta Gonzaga, duchessa di Urbino, fu mandato, non ancora ventenne, presso la corte fredericiana per completare il proprio apprendistato. A Urbino conobbe e divenne amico di Pietro Bembo, con il quale instaurò una lunga corrispondenza epistolare. Tornato a Vicenza, iniziò a frequentare un circolo accademico-mondano cui partecipavano tutti i nomi di maggior spicco della cultura e della nobiltà vicentina. In prima persona visse le vicende della lega di Cambrai, allorquando, nel 1508, Francia, Impero e Papato strinsero alleanza contro lo strapotere di Venezia in Italia. Di questa guerra, che per alcuni anni investì il Veneto e i dintorni, Da Porto fu testimone attento, curioso, prima di esserne direttamente partecipe prendendo parte a varie imprese militari, nel corso dell'ultima delle quali fu gravemente ferito. La sua attività letteraria, tipica di un uomo di corte vissuto tra occupazioni militari e ozi umanistici, si svolse tutta negli anni successivi al ritorno a Vicenza e si esplica in un canzoniere di rime di stile petrarchesco, in una novella dedicata alla storia di Giulietta e Romeo e nella raccolta delle Lettere storiche. Luigi Da Porto morì a Vicenza il 10 maggio 1529. Appare certa, quindi, la presenza dei Porto a Montorso intorno alla metà del secolo XV nella figura di Gabriele. costui, si è detto, sposò Lucia Sesso; fu creato cavaliere Aureato da Federico III Imperatore nell'anno 1489. Testò nel 1493 e morì nello stesso anno, forse in battaglia. Gabriele ebbe otto figli tra i quali: Piera sposa a Bernardino Pagello che fece erigere l'altare del Montagna nella chiesa di Santa corona in città, e Bernardino, morto prima del 1514, sposo di Elisabetta Savorgnan dalla quale ebbe cinque figli: Samaritana, Francesca, Anna sposa Thiene, il cui figlio Marco fu amicissimo del Palladio, Luigi e Bernardino. LUIGI, nato a Vicenza il 10 agosto 1485, capitano della Repubblica, storico della Lega di Cambrai, novelliere, reso famoso per la sua novella "Giulietta e Romeo", erede, unitamente al fratello Bernardino e alla sorella Anna, della zia Piera Porto Pagello. Così è ricordato dai contemporanei: "1522: Alvise de Porto, visse questi anni stessi in molto grido, havendo capitano de' leggieri lungamente, e con molta fede e peritia nella militar disciplina servito alla memorata Repubblica, per la quale valorosamente combattendo nel Friuli co' nemici, ferito di una lanzata, rimase della manca parte storpiato a fatto; onde non potendo più attendere all'armi, trovandosi delle latine, e volgari lettere ornatissimo, si diede tutto alla poesia, e alla prosa, havendo fatto in ambedue facultà opere diverse eccellentissime, si come dalle molte raccolte sue lettere, dalle Rime, Canzoni, e Sonetti, e Novelle a imitazione del Boccaccio dirizzate a letterati e dotti huomini, e all'Illustrissimo Cardinal Bembo principalmente; col qual tenne strettissima amistà, se ne può fare risoluto giudiciò. Rimasto orfano, non ancora uscito dalla prima infanzia, fu coi fratelli nella custodia di Gabriele, suo nonno, e morto poi questo nel 1493, restò affidato alla nonna Lucia Sesso. La cura del Conte Francesco Di lui però ebbe particolare cura il conte Francesco figlio di Gabriele, suo zio, "cavaliere di alti spiriti e di molta dottrina', il quale fece in modo che il nipote fosse cresciuto nell'amore delle scienze e delle belle arti. Dove studiasse e chi fossero i suoi precettori non è noto. comunque lo zio lo mandò ancora ragazzo a Urbino, ad educarsi in quella corte: e qui per la sua buona indole fu poi tenuto in considerazione dal principe stesso, Guidobaldo da Montefeltro. In quella corte, dove imparò assai bene l'uso delle armi, si trattenne però pochi mesi, perché ritornò a Vicenza nel 1505. Infatti è del 1505 una sua lettera al Bembo al quale chiedeva gli "Asolani". Gli studi favorirono la sua amicizia con Veronica Gambara e col Bembo stesso, verso il quale il sentimento fu molto profondo. Altre conoscenze nel mondo delle lettere furono Trifon Gabriele, destinatario di una lettera del febbraio 1512; Matteo Bandello, che lodò il Porto come rimatore. Nel 1509, perduta dai Veneziani la battaglia di chiara d'Adda, Vicenza ed il suo territorio caddero sotto la dominazione delle truppe dell'Imperatore Massimiliano, per mano di Leonardo Trissino che ne prese possesso in suo nome il 21 ottobre. Luigi, appartenente a una famiglia fedele alla Serenissima, abbandonò gli studi e accettò l'offerta dei Provveditori, passando al servizio della Repubblica col grado di capitano di cavalli "leggeri", per un certo tempo si trattenne a Lonigo, poi passò nel Friuli dove continuavano le guerriglie tra Veneti e Imperiali, fino alla notte tra 1118 e il 19giugno del 1511 quando gettatosi coraggiosamente in una furibonda mischia fu colpito da un soldato tedesco con un colpo di lancia tra la gola ed il mento cosi gravemente da renderlo inabile all'esercizio delle armi per il resto della vita. Convalescente si trasferì a Venezia per circa due anni poi se ne tornò a Vicenza e a Montorso per dedicarsi agli studi ed alla letteratura. Continuò a scrivere le Lettere', che coprono il periodo 1509-1513, e a compor rime. Nel 1524 scrisse quella che verrà conosciuta come La Giulietta, prima versione inedita della storia di Giulietta e Romeo. Muore nel 1529, a 44 anni non ancora compiuti. Dai suoi scritti... "lo nel Montorso mio dolce ed ameno Vivo tra gente boschereccia e rude E drizzo il cor quando posso a Virtude, Disgombrando vilta' fuor dal mio seno." Anche Girolamo da Porto Barbaran, suo discendente vissuto tra il 1600 ed il 1700 e che ebbe un ruolo assai importante nelle vicende della villa da Porto, ricorda in un suo scritto la vita di Luigi a Montoso. Luigi fece testamento nel 1529 lasciando erede di tutte le proprie sostanze il fratello Bernardino. Morì a Vicenza, quarantatreenne, il 10 maggio 1529 di non precisate "febbri maligne", e fu sepolto nella chiesa di Santa Corona sotto l'altare della cappella di Santa Maria Maddalena.

La storia di Giulietta e Romeo

Esiste al mondo una storia che incarni maggiormente il senso del romanticismo struggente più di quella, celeberrima, dell'amore tra Giulietta e Romeo? Probabilmente no. E probabilmente non tutti sanno che nella famosa storia dei due innamorati per antonomasia c'è anche un po' di Vicenza, anzi molto... La tradizione e il richiamo orale raccolto in uno scritto del 1524 dal poeta e condottiero vicentino Luigi Da Porto, ritiratosi nella sua villa di Montorso (paese vicino a Montecchio Maggiore) dopo una grave ferita subita in battaglia in una fase della guerra della Lega di Cambrai narra della storia dei due innamorati veronesi avvenuta nel 1300: Giulietta della casata dei Capuleti e Romeo della casata dei Montecchi, e dell'odio acerrimo tra le due famiglie. I primi fugaci incontri d'amore dei due giovani furono, come noto, assai difficili e complicati, nella breve fase in cui i responsabili delle due famiglie furono demandati dal signore di Verona, Cangrande Della Scala, a gestire le rocche di Montecchio Maggiore, nella speranza che la vicinanza dei castelli e coordinamento del comando eliminasse l'odio esistente. I fatti che seguirono sono ben noti: il coronamento del loro sogno d'amore in Verona complice frate Lorenzo confessore di Giulietta, la fuga di Romeo a Mantova dopo l'uccisione in duello del cugino di Giulietta, Tibaldo, la finta morte di Giulietta per raggiungere Romeo dal quale non poteva stare lontana, la disperazione e suicidio di Romeo nel credere Giulietta morta, il risveglio di Giulietta che raccoglie le ultime parole d'amore di Romeo e la scelta di morire assieme non potendo vivere senza lui. Alla fine del 1500 Shakespeare ne ricava una tragedia d'amore intramontabile. Montecchi e Capuleti Rivivere le magiche atmosfere di un tempo anche al giorno d'oggi! E' possibile nel vicentino grazie al Gruppo Storico Medievale "Giulietta e Romeo", una libera associazione sorta nel 2000 per l' entusiasmo e alla voglia di fare di un gruppo di amici di Montecchio Maggiore, cittadina attualmente tra le più industrializzate d'Europa, ma che affonda le sue radici nella storia. Se al termine dell'era romana, infatti, era ancora un semplice villaggio rurale, nel medioevo Montecchio gettava le basi per diventare un borgo sviluppato al centro di un importante area artigianale e commerciale. E' proprio questo periodo che il gruppo intende far rivivere, riportando l' intero paese indietro di una decina di secoli per riscoprire quel passato che troppe volte è rimasto avvolto nell'oscurità e nel pregiudizio. Oltre al fattore meramente storico l' obiettivo dei componenti del gruppo è quello di far conoscere Montecchio, e soprattutto la leggenda in esso ambientata, anche fuori dalle mura cittadine. Nel colle che sovrasta il paese sorgono infatti due imponenti rocche alle quali si è ispirato un nobile letterato vicentino, Luigi Da Porto, per la stesura di una novella nota in tutto il mondo: "Giulietta e Romeo". Ovviamente il racconto ha conosciuto la fama attuale grazie al genio di W. Shakespeare, ma non si può tralasciare l'intuizione avuta dal Da Porto. I castelli sono così passati alla storia con il nome di "castelli di Giulietta e Romeo". La leggenda Il fantasma di Luigi Da Porto La famosa novella di Giulietta e Romeo, che tanto colpì Shakespeare da ispirargli una delle sue migliori tragedie, è stata scritta da Luigi Da Porto nella quiete della sua dimora di campagna a Montorso. Della casa padronale, nel centro del paese, abitata dallo scrittore ai primi del '500, non rimane in realtà quasi nulla: un antico porticato e un torrione. Al posto di quella dimora è sorta la bella villa palladiana "Da Porto Barbaran", opera del francese Cherrette, costruita a partire dal 1662. La storia narra che Da Porto si ritirò nella sua Montorso dopo che una ferita di guerra lo ebbe sfigurato e reso molto cagionevole di salute. Quello che di questa tormentata e melanconica figura possiamo ritrovare venendo qui a Montorso è il colle chiamato la Fratta. Allontanandosi dalla magione, si gira a sinistra per imboccare via Villa; qui si trova la casa dei fattori dove Da Porto amava soggiornare e dove, secondo gli abitanti del paese, ancora si aggira il suo inquieto fantasma. Alla fine di questa strada, sulla sinistra, inizia la salita al colle su cui Luigi era solito sostare e rimirare i due castelli di Montecchio Maggiore che oggi sono intitolati a Giulietta e Romeo. Fonte: www.comune.montorsovicentino.vi.it Testi: (Ceretta F.)
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La storia- Villa Da Porto

Montorso Vicentino (VI) Ai piedi del colle boscoso della Fratta, ove svetta ancora l'antico campanile della distrutta chiesa, stà maestosa con lunghissima appendice del rustico di destra la villa che fu già dei conti Da Porto: tra le più grandiose che essi costruirono nel corso di tre secoli - dal Cinque al Settecento - in ogni luogo della provincia. E se pur incompiuta, essa era da loro curata con particolare amore, dato che scelsero fior fiore dalle loro collezioni di quadri, nobili, oggetti di antichità per farne un sontuoso arredamento. Di tanto splendore ora non rimane nulla. Una lunga iscrizione murata sopra la porta centrale della loggia dice che la villa ebbe inizio nel 1662 e completamento nel 1724. Siamo però documentati in modo assolutamente tranquillante che in una tavola con il progetto della villa erano segnati il millesimo 1712 e la firma dell'autore: Cherrette architecte ad geographe de Roy. La villa - a due piani, ma di eccezionale altezza - si compone di un settore centrale, aperto in tre intercolumni tra due pareti chiuse; quattro fusti ionici di modulo gigante reggono il frontone triangolare. La lunga ala a destra - cui nel progetto doveva corrispondere una di pari sviluppo e di pari forma a sinistra - è arretrata così da rendere più sensibile l'aggetto centrale. All'altissima loggia imprime ulteriore slancio l'ampia scalea tra larghi poggi, adorni da due mirabili gruppi scultorei. Un cornicione dentato a robuste mensole conclude le pareti del cor o mediano, ma non prosegue nell'ala rimasta evidentemente incompiuta. Due sole finestre nelle pareti adiacenti alla loggia sono destinate ad illuminare le due larghe scale a chiocciola che dall'una e dall'altra parte della loggia portavano ai piani superiori (Sul cielo della scala a chiocciola, che ora sopravvive, c'è un affresco nei modi di L. Dorigny): e la loro luce si univa a quella delle finestrelle nel breve voltatesta, ad angoli convessi. Un ballatoio a livello del piano nobile correva lungo la loggia a collegare le due parti della villa separate dall'immenso salone centrale. Le pareti chiuse dell'avancorpo centrale, come dell'ala, corrono lisce neppur solcate dalle cornici che di solito legano orizzontalmente davanzali delle finestre o segnano il passaggio dall'uno all'altro piano. Troppo ampio è l'intervallo che separa le aperture del piano rialzato da quelle del piano superiore, mentre queste sono troppo a ridosso del cornicione terminale. Legata per la continuità delle pareti e coerente per andamento compositivo è la facciata posteriore, nella quale introducono varietà di movenza le tre aperture centinate del salone: facciata mirabilmente condotta dalla mano maestra dell'architetto. Che ebbe come collaboratori abili lapicidi, responsabili delle teste, dal vivido e fresco modellato, poste a chiave delle aperture centinate, sia dei gruppi scultorei sui pilastri all'inizio della scalea, sia delle statue ai vertici del frontone. Si dice che numerosissime fossero le statue nel giardino anteriore e posteriore della villa e che altre ancora adornassero il muretto di recinzione della proprietà lungo la strada che sale alla chiesa. Tutte furono distrutte o alienate. Il complesso della villa La Villa da Porto si presenta come uno dei più estesi complessi edificati tra le ville venete, soprattutto se si considera l'ala che esisteva un tempo a ovest la cui esistenza è stata comprovata nel corso di questo studio. Si trova a ridosso del Colle della Fratta, che la protegge a nord ed è limitrofa all'antico abitato di Montorso. E costituita da un complesso edificato, di cui oggi permangono, a partire da ovest, il corpo padronale, mutilo dell'ala occidentale, e costituito nella parte centrale da un immenso salone al piano rialzato, di forma pressoché cubica di oltre 14 metri dilato, che occupa l'altezza di due piani. Sono ad esso antistanti la scalea, il pronao e due vani scale. Nell'ala destra sono collocate quattro sale per ognuno dei due piani. Il collegamento tra le due ali avveniva attraverso un ballatoio che tuttora esiste all'interno del pronao. Ad est si trova la loggia, costituita da un portico sul quale prospettano tre sale, situate al livello di un unico piano rialzato posto sopra le cantine, che occupano tutto il piano terreno. Proseguendo verso est si trova una grande barchessa, che congloba resti di una residenza più antica e di una torre colombara. Altri edifici appartenenti al complesso ma separati, esistono, trasformati e irriconoscibili, all'interno dell'area murata. Si ha notizia certa di una chiesetta di origine quattrocentesca, che esisteva ancora nel 1942, e che aveva accesso anche dalla strada pubblica delle Fontanelle. Gli edifici e gli spazi circostanti, un tempo giardini, frutteti, aie, sono circondati da un muro, che delimita anche gli spazi interni, secondo le loro funzioni. Come in molti altri casi, una strada pubblica separa gli edifici dai campi. Nell'area circondata dal muro, della superficie di oltre un ettaro e mezzo, sono stati costruiti di recente alcuni edifici, così come altri lo sono stati nella campagna antistante.

La storia Luigi Da Porto

La famiglia da Porto risulta stabilita a Vicenza fin dal secolo XI, proveniente, secondo le ipotesi più accreditate, da Portogruaro, al tempo in cui Ulderico, Patriarca di Aquileia, accusato di eresia, fu cacciato dalla laguna, ed a seguito della sua fuga numerose famiglie nobili furono costrette a spostarsi in terraferma. Il primo personaggio della famiglia di cui si abbia notizia in città è PORTO, giureconsulto, vivente nel 987, dal quale deriva la famiglia, che in occasione del passaggio di Carlo V a Vicenza fu insignita col Diploma dell'Imperatore promulgato in Bologna il 14 dicembre 1532, del titolo di "conti Palatini (...) nonché di cavalieri Aureati", con il privilegio di fregiarsi dell'aquila imperiale che infatti spesso compare nello stemma familiare. Manfredo Da Porto Barbaran, ultimo discendente maschio della famiglia, riconosce, in un suo manoscritto, diversi rami. Di questi quello a cui si deve la costruzione della villa di Montorso è quello "E", che fa capo a GABRIELE figlio di Simone, sposo di Lucia Sesso. Mantese afferma che non furono i Porto gli antichi Signori di Montorso, ma i Trissino, dominatori del paese nel trecento a nome del governo scaligero, soppiantati poi dai Nogarole. Anzi, proprio in casa dei Nogarole, nel 1465 Gabriele fu Simone trattò con Leonardo Nogarole una questione di pascolo e pensionatico nel territorio di Montorso. Il 10 agosto 1485 nasceva a Vicenza il letterato Luigi Da Porto. Essendo la sua famiglia d'origine imparentata con quella di Elisabetta Gonzaga, duchessa di Urbino, fu mandato, non ancora ventenne, presso la corte fredericiana per completare il proprio apprendistato. A Urbino conobbe e divenne amico di Pietro Bembo, con il quale instaurò una lunga corrispondenza epistolare. Tornato a Vicenza, iniziò a frequentare un circolo accademico- mondano cui partecipavano tutti i nomi di maggior spicco della cultura e della nobiltà vicentina. In prima persona visse le vicende della lega di Cambrai, allorquando, nel 1508, Francia, Impero e Papato strinsero alleanza contro lo strapotere di Venezia in Italia. Di questa guerra, che per alcuni anni investì il Veneto e i dintorni, Da Porto fu testimone attento, curioso, prima di esserne direttamente partecipe prendendo parte a varie imprese militari, nel corso dell'ultima delle quali fu gravemente ferito. La sua attività letteraria, tipica di un uomo di corte vissuto tra occupazioni militari e ozi umanistici, si svolse tutta negli anni successivi al ritorno a Vicenza e si esplica in un canzoniere di rime di stile petrarchesco, in una novella dedicata alla storia di Giulietta e Romeo e nella raccolta delle Lettere storiche. Luigi Da Porto morì a Vicenza il 10 maggio 1529. Appare certa, quindi, la presenza dei Porto a Montorso intorno alla metà del secolo XV nella figura di Gabriele. costui, si è detto, sposò Lucia Sesso; fu creato cavaliere Aureato da Federico III Imperatore nell'anno 1489. Testò nel 1493 e morì nello stesso anno, forse in battaglia. Gabriele ebbe otto figli tra i quali: Piera sposa a Bernardino Pagello che fece erigere l'altare del Montagna nella chiesa di Santa corona in città, e Bernardino, morto prima del 1514, sposo di Elisabetta Savorgnan dalla quale ebbe cinque figli: Samaritana, Francesca, Anna sposa Thiene, il cui figlio Marco fu amicissimo del Palladio, Luigi e Bernardino. LUIGI, nato a Vicenza il 10 agosto 1485, capitano della Repubblica, storico della Lega di Cambrai, novelliere, reso famoso per la sua novella "Giulietta e Romeo", erede, unitamente al fratello Bernardino e alla sorella Anna, della zia Piera Porto Pagello. Così è ricordato dai contemporanei: "1522: Alvise de Porto, visse questi anni stessi in molto grido, havendo capitano de' leggieri lungamente, e con molta fede e peritia nella militar disciplina servito alla memorata Repubblica, per la quale valorosamente combattendo nel Friuli co' nemici, ferito di una lanzata, rimase della manca parte storpiato a fatto; onde non potendo più attendere all'armi, trovandosi delle latine, e volgari lettere ornatissimo, si diede tutto alla poesia, e alla prosa, havendo fatto in ambedue facultà opere diverse eccellentissime, si come dalle molte raccolte sue lettere, dalle Rime, Canzoni, e Sonetti, e Novelle a imitazione del Boccaccio dirizzate a letterati e dotti huomini, e all'Illustrissimo Cardinal Bembo principalmente; col qual tenne strettissima amistà, se ne può fare risoluto giudiciò. Rimasto orfano, non ancora uscito dalla prima infanzia, fu coi fratelli nella custodia di Gabriele, suo nonno, e morto poi questo nel 1493, restò affidato alla nonna Lucia Sesso. La cura del Conte Francesco Di lui però ebbe particolare cura il conte Francesco figlio di Gabriele, suo zio, "cavaliere di alti spiriti e di molta dottrina', il quale fece in modo che il nipote fosse cresciuto nell'amore delle scienze e delle belle arti. Dove studiasse e chi fossero i suoi precettori non è noto. comunque lo zio lo mandò ancora ragazzo a Urbino, ad educarsi in quella corte: e qui per la sua buona indole fu poi tenuto in considerazione dal principe stesso, Guidobaldo da Montefeltro. In quella corte, dove imparò assai bene l'uso delle armi, si trattenne però pochi mesi, perché ritornò a Vicenza nel 1505. Infatti è del 1505 una sua lettera al Bembo al quale chiedeva gli "Asolani". Gli studi favorirono la sua amicizia con Veronica Gambara e col Bembo stesso, verso il quale il sentimento fu molto profondo. Altre conoscenze nel mondo delle lettere furono Trifon Gabriele, destinatario di una lettera del febbraio 1512; Matteo Bandello, che lodò il Porto come rimatore. Nel 1509, perduta dai Veneziani la battaglia di chiara d'Adda, Vicenza ed il suo territorio caddero sotto la dominazione delle truppe dell'Imperatore Massimiliano, per mano di Leonardo Trissino che ne prese possesso in suo nome il 21 ottobre. Luigi, appartenente a una famiglia fedele alla Serenissima, abbandonò gli studi e accettò l'offerta dei Provveditori, passando al servizio della Repubblica col grado di capitano di cavalli "leggeri", per un certo tempo si trattenne a Lonigo, poi passò nel Friuli dove continuavano le guerriglie tra Veneti e Imperiali, fino alla notte tra 1118 e il 19giugno del 1511 quando gettatosi coraggiosamente in una furibonda mischia fu colpito da un soldato tedesco con un colpo di lancia tra la gola ed il mento cosi gravemente da renderlo inabile all'esercizio delle armi per il resto della vita. Convalescente si trasferì a Venezia per circa due anni poi se ne tornò a Vicenza e a Montorso per dedicarsi agli studi ed alla letteratura. Continuò a scrivere le Lettere', che coprono il periodo 1509-1513, e a compor rime. Nel 1524 scrisse quella che verrà conosciuta come La Giulietta, prima versione inedita della storia di Giulietta e Romeo. Muore nel 1529, a 44 anni non ancora compiuti. Dai suoi scritti... "lo nel Montorso mio dolce ed ameno Vivo tra gente boschereccia e rude E drizzo il cor quando posso a Virtude, Disgombrando vilta' fuor dal mio seno." Anche Girolamo da Porto Barbaran, suo discendente vissuto tra il 1600 ed il 1700 e che ebbe un ruolo assai importante nelle vicende della villa da Porto, ricorda in un suo scritto la vita di Luigi a Montoso. Luigi fece testamento nel 1529 lasciando erede di tutte le proprie sostanze il fratello Bernardino. Morì a Vicenza, quarantatreenne, il 10 maggio 1529 di non precisate "febbri maligne", e fu sepolto nella chiesa di Santa Corona sotto l'altare della cappella di Santa Maria Maddalena.

La storia di Giulietta e

Romeo

Esiste al mondo una storia che incarni maggiormente il senso del romanticismo struggente più di quella, celeberrima, dell'amore tra Giulietta e Romeo? Probabilmente no. E probabilmente non tutti sanno che nella famosa storia dei due innamorati per antonomasia c'è anche un po' di Vicenza, anzi molto... La tradizione e il richiamo o r a l e raccolto in uno scritto del 1524 dal poeta e c o n d o t t i e r o v i c e n t i n o Luigi Da P o r t o , r i t i r a t o s i nella sua villa di M o n t o r s o ( p a e s e vicino a M o n t e c c h i o M a g g i o r e ) dopo una grave ferita subita in battaglia in una fase della guerra della Lega di Cambrai narra della storia dei due innamorati veronesi avvenuta nel 1300: Giulietta della casata dei Capuleti e Romeo della casata dei Montecchi, e dell'odio acerrimo tra le due famiglie. I primi fugaci incontri d'amore dei due giovani furono, come noto, assai difficili e complicati, nella breve fase in cui i responsabili delle due famiglie furono demandati dal signore di Verona, Cangrande Della Scala, a gestire le rocche di Montecchio Maggiore, nella speranza che la vicinanza dei castelli e coordinamento del comando eliminasse l'odio esistente. I fatti che seguirono sono ben noti: il coronamento del loro sogno d'amore in Verona complice frate Lorenzo confessore di Giulietta, la fuga di Romeo a Mantova dopo l'uccisione in duello del cugino di Giulietta, Tibaldo, la finta morte di Giulietta per raggiungere Romeo dal quale non poteva stare lontana, la disperazione e suicidio di Romeo nel credere Giulietta morta, il risveglio di Giulietta che raccoglie le ultime parole d'amore di Romeo e la scelta di morire assieme non potendo vivere senza lui. Alla fine del 1500 Shakespeare ne ricava una tragedia d'amore intramontabile. Montecchi e Capuleti Rivivere le magiche atmosfere di un tempo anche al giorno d'oggi! E' possibile nel vicentino grazie al Gruppo Storico Medievale "Giulietta e Romeo", una libera associazione sorta nel 2000 per l' entusiasmo e alla voglia di fare di un gruppo di amici di Montecchio Maggiore, cittadina attualmente tra le più industrializzate d'Europa, ma che affonda le sue radici nella storia. Se al termine dell'era romana, infatti, era ancora un semplice villaggio rurale, nel medioevo Montecchio gettava le basi per diventare un borgo sviluppato al centro di un importante area artigianale e commerciale. E' proprio questo periodo che il gruppo intende far rivivere, riportando l' intero paese indietro di una decina di secoli per riscoprire quel passato che troppe volte è rimasto avvolto nell'oscurità e nel pregiudizio. Oltre al fattore meramente storico l' obiettivo dei componenti del gruppo è quello di far conoscere Montecchio, e soprattutto la leggenda in esso ambientata, anche fuori dalle mura cittadine. Nel colle che sovrasta il paese sorgono infatti due imponenti rocche alle quali si è ispirato un nobile letterato vicentino, Luigi Da Porto, per la stesura di una novella nota in tutto il mondo: "Giulietta e Romeo". Ovviamente il racconto ha conosciuto la fama attuale grazie al genio di W. Shakespeare, ma non si può tralasciare l'intuizione avuta dal Da Porto. I castelli sono così passati alla storia con il nome di "castelli di Giulietta e Romeo". La leggenda Il fantasma di Luigi Da Porto La famosa novella di Giulietta e Romeo, che tanto colpì Shakespeare da ispirargli una delle sue migliori tragedie, è stata scritta da Luigi Da Porto nella quiete della sua dimora di campagna a Montorso. Della casa padronale, nel centro del paese, abitata dallo scrittore ai primi del '500, non rimane in realtà quasi nulla: un antico porticato e un torrione. Al posto di quella dimora è sorta la bella villa palladiana "Da Porto Barbaran", opera del francese Cherrette, costruita a partire dal 1662. La storia narra che Da Porto si ritirò nella sua Montorso dopo che una ferita di guerra lo ebbe sfigurato e reso molto cagionevole di salute. Quello che di questa tormentata e melanconica figura possiamo ritrovare venendo qui a Montorso è il colle chiamato la Fratta. Allontanandosi dalla magione, si gira a sinistra per imboccare via Villa; qui si trova la casa dei fattori dove Da Porto amava soggiornare e dove, secondo gli abitanti del paese, ancora si aggira il suo inquieto fantasma. Alla fine di questa strada, sulla sinistra, inizia la salita al colle su cui Luigi era solito sostare e rimirare i due castelli di Montecchio Maggiore che oggi sono intitolati a Giulietta e Romeo. Fonte: www.comune.montorsovicentino.vi.it Testi: (Ceretta F.)
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